Nel 50° anniversario della prima via di arrampicata sportiva.
Alle ore 17 presso Forte San Giovanni sarà presentato il libro Di pietre e pionieri, di macchia e altipiani di Gabriele Fanni
Alle ore 21 presso l’Auditorium di Santa Caterina verrà proiettato il docufilm di Gabriele Canu Finale 68 a cura di Finale Outdoor Resort
Nel maggio 2018 Finale festeggia 50 anni dall’apertura della prima via sulle sue pareti.
Da questa ricorrenza nasce l’idea di Gabriele Canu e Gabriele Fanni: dar luogo ad un’avventura dietro casa. In questo progetto hanno seguito due direttrici di senso:
– uno spazio noto: il territorio finalese;
– un tempo circoscritto e definito: il periodo che intercorre tra il 1968 ed il 1975 (ovvero l’anno precedente alla pubblicazione della prima guida alpinistica di queste valli).
Protagonisti di questo wandering verticale sono stati i primi itinerari alpinistici che hanno segnato la fase esplorativa della Pietra del Finale. Seguendo le orme dei pionieri e ne hanno
incrociato le rotte, ascoltando dalla loro voce i sogni, le promesse e le paure che li portarono, 50 anni fa, a navigare per quella fitta macchia, tra lecci, timo e rocce.
Da questo viaggio tra pietre e memoria hanno preso vita due differenti percorsi:
un film-documentario
un diario di viaggio
Finale Ligure viene considerata oggi, a diritto, la patria dell’arrampicata sportiva. Tuttavia, accogliendo solo ed esclusivamente questo punto di vista, si corre il rischio di porre a margine e dimenticare tutto quello che è stato il prima. Per molti anni Finale è stata terrain d’aventure dove l’alpinismo esplorativo furoreggiava. Anni di cui incredibilmente sappiamo poco o niente, benché
nei fatti, siano all’origine di tutto quel particolare fenomeno sportivo-culturale che si è in seguito sviluppato su queste pareti.
Lo scopo di questa ricerca-viaggio può essere riassunto in un singolo proposito: evitare la cronica perdita di memoria alla quale spesso ci troviamo sottoposti a causa di una certa tendenza
contemporanea che predilige il rapido e asettico consumo dei luoghi a discapito di ogni identità locale. Corriamo, infatti, un grave rischio: appiattire ogni profondità che articola e definisce le nostre prospettive in relazione agli spazi con i quali andiamo a confrontarci. Abbandonare alle ortiche il passato significa, in questo senso, impoverire irrimediabilmente il nostro modo di vivere e conoscere questo territorio.